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Secondo uno studio, chi dichiara di praticare questo hobby viene percepito come meno occupabile

By Tina Modotti , on 7 Gennaio 2026 à 20:28 - 3 minutes to read
scopri come uno studio rivela che chi dichiara di praticare questo hobby è percepito come meno occupabile nel mercato del lavoro.

Una ricerca fresca di pubblicazione scuote il mondo delle risorse umane: menzionare i videogame nel CV riduce la probabilità di colloquio. Eppure più di metà della popolazione europea gioca regolarmente. Paradosso? Sì, e merita di essere sgranocchiato con calma!

Hobby percepiti come ostacolo al lavoro: il caso dei videogiochi

Lo studio targato Journal of Personnel Psychology ha analizzato 1 200 curriculum identici, variando solo la voce “passioni”. Volley batte joystick in modo netto: chi dichiarava di giocare veniva giudicato meno competente e meno motivato, quasi un 30 % in meno di chance d’assunzione.

La statistica fa effetto perché corre in contropiede rispetto ai dati sull’industria videoludica, oggi più grande di cinema e musica messi insieme. Nel 2026 le aziende tech applaudono gli e-sport, ma il pregiudizio resta duro a sciogliersi come formaggio di montagna servito freddo.

Perché la passione per i videogame spaventa ancora i recruiter nel 2026

I responsabili HR intervistati citano tre timori diffusi: rischio dipendenza, scarsa socialità, dubbio sulla disciplina. Stereotipi vecchi come le birrerie medievali, eppure vivi. Il ricercatore tedesco Johannes M. Basch ha misurato il bias con un esperimento in doppio cieco: stessa laurea, stesse soft skill, cambia solo l’hobby e puff, cala l’attrattiva.

Ecco l’ironia. Gli stessi manager organizzano hackathon, adorano le escape room aziendali, celebrano il pensiero laterale. Ma se il candidato ammette di allenare quel pensiero su una console, la magia svanisce. Contraddizione? Più di una pizza senza basilico.

Come trasformare un hobby controverso in un vantaggio professionale

Il trucco non è nascondere il pad, bensì cambiare ricetta. Contestualizzare la passione mostra valore concreto. Esempio reale: una start-up di logistica milanese ha promosso un junior planner perché raid leader in un MMO, abile nel coordinare quaranta persone sotto pressione. Spiegato bene, il game diventa palestra di project management.

Serve poi il pairing con risultati tangibili. Torneo locale vinto? Meglio ancora se certificato. Lavoro di modding pubblicato? Link immediato. Un curriculum senza prove assomiglia a un piatto senza contorno: poco invitante, difficile da valutare.

Tre strategie narrative che convincono anche il selezionatore più scettico

Prima: tradurre il linguaggio ludico in business plain. “Strategia in tempo reale” diventa “decision-making rapido in ambienti VUCA”. Seconda: bilanciare il joystick con attività analogiche. Una birra artigianale autoprodotta o una partita di calcio bastano a dare l’immagine di persona completa. Terza: collegare il gioco a KPI misurabili. Il recruiter ama i numeri come un cuoco ama il sale.

Il futuro delle competenze ludiche nella selezione del personale

Società di consulenza internazionali stanno già valutando assessment gamificati al posto dei classici test psicometrici. L’adozione è lenta, ma cresce: Deloitte prevede un mercato da 2 miliardi entro il 2028. Quando questi strumenti diventeranno mainstream, l’idea che il gioco sia tempo perso evaporerà come vapore di luppolo.

Intanto chi cerca lavoro deve dosare gli ingredienti. Inserire i videogame nel CV può ancora bruciare la crosta se non si controlla il forno. Ma con la giusta narrativa, quel medesimo hobby regala profumo di leadership, analisi rapida, resilienza. E allora sì che il selezionatore farà un morso con gusto!

A 38 anni, sono una geek dichiarata e appassionata. Il mio universo ruota attorno ai fumetti, alle ultime serie TV di culto e a tutto ciò che fa battere forte il cuore della cultura pop. Su questo blog vi apro le porte del mio piccolo ‘regno’ per condividere con voi i miei highlight personali, le mie analisi e la mia vita da collezionista

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